mercoledì 4 febbraio 2026

Il Com.It.Es. di Santo Domingo porta al CGIE due proposte di riforma sul voto degli italiani all’estero

 


Nel corso della recente Assemblea Ordinaria, il Com.It.Es. di Santo Domingo ha approvato due proposte sul tema del voto degli italiani residenti all’estero, deliberando di trasmetterle alla III Commissione tematica del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), competente in materia di diritti civili, cittadinanza e partecipazione.

Le proposte nascono dall’esperienza diretta maturata negli anni dalla comunità italiana nella Repubblica Dominicana e dal lavoro svolto dal Com.It.Es., anche in occasione delle precedenti consultazioni elettorali e referendarie, durante le quali sono emerse criticità operative ampiamente documentate.

«Il Com.It.Es. di Santo Domingo compie oggi un passo importante», dichiara la Presidente Licia Colombo. «Dopo aver denunciato con serietà e senso di responsabilità le debolezze del sistema di voto all’estero, passiamo ora a una fase propositiva, mettendo sul tavolo soluzioni concrete costruite a partire dall’esperienza reale dei nostri connazionali.»

Una delle proposte è stata presentata dal Segretario Flavio Bellinato, che sottolinea il valore politico e istituzionale del percorso intrapreso:«La proposta che ho presentato nasce dal lavoro sul campo, dall’ascolto dei cittadini e dall’analisi delle criticità emerse negli anni. L’obiettivo è contribuire in modo costruttivo al miglioramento dell’effettivo esercizio del diritto di voto degli italiani all’estero.»

Accanto a essa, l’Assemblea ha approvato anche una mozione presentata dal Consigliere Giuseppe Visca, che evidenzia: «Il voto all’estero è un diritto costituzionale che va tutelato. Il lavoro del Com.It.Es. dimostra che, partendo dai territori, è possibile avanzare proposte utili e credibili per alimentare il dibattito nazionale.»

Le due proposte, entrambe consultabili sul sito web del Com.It.Es. di Santo Domingo, nella sezione "Documenti", sono state trasmesse alla III Commissione del CGIE grazie al coinvolgimento del Consigliere di nomina governativa Paolo Dussich, residente nella Repubblica Dominicana e membro della Commissione stessa.

«Il valore di queste proposte sta innanzitutto nel metodo», afferma Dussich. «Arrivano da un Com.It.Es. attivo, che ha saputo trasformare le criticità riscontrate in indicazioni operative. Sarà mio impegno portarle all’attenzione della III Commissione affinché possano essere oggetto di un confronto serio e approfondito.»

Con questa iniziativa, il Com.It.Es. di Santo Domingo conferma il proprio ruolo di ponte tra le comunità italiane all’estero e le istituzioni centrali, contribuendo in modo concreto al dibattito sul futuro della rappresentanza e della partecipazione democratica degli italiani nel mondo, rafforzando al contempo la propria credibilità agli occhi dei cittadini.

martedì 3 febbraio 2026

Anche ai Caraibi arrivano i "giorni della merla"

 


In Italia li conosciamo bene: sono i giorni della merla, tradizionalmente considerati i più freddi dell’anno, tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio. E quest’anno, a sorpresa, questo antico modo di dire sembra trovare conferma anche dall’altra parte dell’Atlantico.

Nella Repubblica Dominicana, infatti, il freddo è sceso dal Nord e ha raggiunto anche i Caraibi, portando temperature decisamente insolite per queste latitudini. Nelle ultime notti, persino nelle località costiere, i termometri sono scesi intorno ai 17–18 gradi, mentre di giorno si fatica ad arrivare ai 24 gradi.

Per chi arriva dall’Europa può sembrare una primavera mite, ma per i dominicani — abituati a notti tropicali e giornate sopra i 28–30 gradi — si tratta di un vero e proprio “invierno”. C’è chi tira fuori una felpa, chi dorme con le finestre chiuse e chi, al mattino presto, commenta stupito: “¡Hace frío!”

Anche gli italiani residenti sull’isola sorridono davanti a questo freddo “relativo”, ma non possono fare a meno di notare come il clima stia cambiando e come fenomeni tipicamente associati all’Europa sembrino, almeno simbolicamente, affacciarsi anche ai tropici.

I giorni della merla, nati da leggende contadine e tramandati di generazione in generazione, diventano così un curioso ponte culturale tra Nord e Sud del mondo. Un promemoria che il clima non conosce confini e che, a volte, anche sotto il sole dei Caraibi, può arrivare un brivido d’inverno.

sabato 31 gennaio 2026

Jeannie llegó a visitarnos a mediados de septiembre de 2004…



Desde mi libro autobiográfico CUANDO LA MÚSICA SE APAGA:

Jeannie llegó a visitarnos a mediados de septiembre de 2004…

…Cuando empezó a hablarse de tormenta tropical, en Las Terrenas nadie parecía realmente preocupado. Circulaba una especie de certeza tranquilizadora, repetida casi como un proverbio:

—Las Terrenas está bendecida por Dios. Aquí no llegan los huracanes.

Esa convicción colectiva contribuyó a la calma aparente. A no tomarse demasiado en serio las advertencias…

El nombre mismo —tormenta tropical— sonaba casi inofensivo. Una molestia pasajera. Una noche difícil, poco más.

Me equivoqué…

…Al amanecer, cuando el viento finalmente cedió Las Terrenas ya no era Las Terrenas.

El verde había desaparecido. Literalmente. Ningún árbol había resistido la furia de Jeannie. Palmeras dobladas, troncos arrancados, ramas por todas partes. Casas heridas, algunas abiertas como cajas rotas. Y todo eso había sido provocado por lo que oficialmente no era más que una tormenta tropical.

Pero Jeannie se había detenido sobre nosotros.
Y esa permanencia fue devastadora.

venerdì 30 gennaio 2026

… Antes de que existiera la autopista Santo Domingo - Nagua, el aeropuerto del Portillo era una puerta abierta...



Desde mi libro autobiográfico CUANDO LA MÚSICA SE APAGA:

… Antes de que existiera la autopista Santo Domingo - Nagua, el aeropuerto del Portillo era una puerta abierta.
No grande, no cómoda, suficiente para conectar Las Terrenas con el resto del país sin tener que cruzar media isla..
Había vuelos diarios de ida y vuelta operados por Aerodomca. Eran puntuales a su manera, sujetos más al clima que al reloj. Se despegaba del Portillo y, en poco más de media hora, se aterrizaba en Santo Domingo, en el aeropuerto de Herrera. El ahorro era enorme: cinco horas menos de carretera, evitando el paso largo y cansado por Nagua, Pimentel, Maimón y otros pueblos que alargaban el viaje hasta convertirlo en una prueba de resistencia…
…Con pocos miles de pesos se viajaba cómodamente a la capital y se volvía. Sin ceremonia. Sin controles excesivos. El equipaje era ligero. El cielo hacía el resto.

Una vez, apenas después del despegue, cuando el avión todavía ganaba altura, ocurrió lo impensable. El motor se apagó.
El sonido se cortó de golpe.
La hélice dejó de girar.
Hubo un silencio denso, instantáneo. Luego el murmullo. Luego el miedo.
—¿Qué pasa?
—¿Se apagó?
El piloto sonreía. No una sonrisa tranquilizadora, sino profesional. De esas que no piden confianza, la imponen. Giró suavemente, alineó el avión y regresó a la pista como si fuera parte del procedimiento habitual.
—Nada grave —dijo al tocar tierra—. Cambiamos de avión.
Dos horas después, otro aparato nos llevó a Santo Domingo. Algunos pasajeros no subieron. Prefirieron quedarse. El miedo también es una forma de decisión…
… Con la construcción de la autopista, muchos empezaron a elegir el automóvil y el bus. Tres horas hasta la capital, sin hélices, sin sorpresas. El vuelo comenzó a vaciarse.
El golpe final lo dio el cierre de Herrera. Los vuelos fueron desviados a El Higüero, lejos del centro y caro de alcanzar en taxi. La conveniencia desapareció. El cálculo cambió.
Poco después, el aeropuerto del Portillo dejó de existir.
La pista fue absorbida por el crecimiento.
La pequeña caseta de madera que hacía de torre de control desapareció sin ceremonia.
Ahora no queda nada.
Ni asfalto, ni aviones.

L’espansione silenziosa dei centri commerciali cinesi e una domanda che resta senza risposta


In molte città della Repubblica Dominicana è ormai impossibile non notarlo: grandi centri commerciali di origine cinese sorgono in tempi rapidissimi, occupando interi isolati e modificando il tessuto urbano e commerciale. Strutture imponenti, assortimenti vastissimi, prezzi estremamente competitivi. Un fenomeno che cresce sotto gli occhi di tutti e che solleva interrogativi sempre più insistenti su regole, controlli e trasparenza.

In numerosi casi, queste aperture avvengono in modo sorprendentemente veloce, lasciando spazio a dubbi sulla completezza dell’iter burocratico: licenze edilizie, autorizzazioni municipali, permessi ambientali e certificazioni di sicurezza non sempre risultano chiari o facilmente verificabili. La sensazione diffusa è quella di una zona grigia normativa, dove i controlli appaiono deboli o discontinui.

Il tema non riguarda solo la legalità formale, ma anche l’impatto economico. I piccoli e medi commercianti dominicani denunciano una concorrenza difficile da sostenere: mentre le attività locali affrontano affitti elevati, tasse, ispezioni frequenti e burocrazia complessa, i grandi megastore sembrano muoversi con maggiore agilità.

Il risultato è una progressiva erosione del commercio tradizionale, soprattutto nei quartieri popolari e nelle città di medie dimensioni, dove alcuni negozi storici hanno già chiuso o ridotto drasticamente la propria attività.

Anche sul fronte occupazionale emergono perplessità. Se da un lato questi centri commerciali generano posti di lavoro, dall’altro persistono dubbi sulle condizioni contrattuali, sugli orari e sul rispetto delle normative sul lavoro. Le ispezioni ufficiali risultano sporadiche e raramente seguite da sanzioni significative, alimentando la percezione di una sostanziale tolleranza.

Al di là degli aspetti commerciali e occupazionali, c’è una domanda che sempre più spesso circola tra imprenditori, cittadini e osservatori:
da dove provengono gli ingenti capitali necessari per costruire questi imponenti centri commerciali?

Parliamo di investimenti multimilionari, realizzati in tempi brevi, spesso senza ricorrere a finanziamenti bancari locali noti o a partnership pubblicamente dichiarate. In un Paese dove l’accesso al credito è complesso anche per grandi imprenditori dominicani, la disponibilità immediata di risorse così consistenti solleva interrogativi legittimi sulla tracciabilità dei capitali, sui canali di finanziamento e sui controlli antiriciclaggio.

Non si tratta di formulare accuse, ma di chiedere trasparenza, un principio fondamentale in qualsiasi economia che voglia definirsi moderna e affidabile.

La Repubblica Dominicana ha bisogno di investimenti stranieri e continua giustamente a promuoverli. Tuttavia, attrarre capitali senza un sistema di regole chiare e uguali per tutti rischia di trasformare lo sviluppo in deregulation. Il problema non è l’origine degli investitori, ma l’assenza di controlli efficaci e visibili.

Finché resteranno senza risposta domande essenziali — sui permessi, sulle condizioni di lavoro e soprattutto sull’origine dei capitali — il fenomeno dei grandi centri commerciali cinesi continuerà a generare sospetti, malcontento e tensioni sociali.

In gioco non c’è solo il commercio, ma la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini in uno Stato che dovrebbe garantire legalità, equità e trasparenza.

mercoledì 28 gennaio 2026

Cose dell’altro mondo: il passaporto italiano e la cédula dominicana


Ieri sono andato all'Ambasciata d’Italia a Santo Domingo per rinnovare il mio passaporto in scadenza. Confesso: sono uscito sorpreso e ammirato.

Prenotazione dell’appuntamento via internet, tutto chiaro. All’arrivo una persona ti attende alla porta, controlla l’orario, ti fa entrare. Nessuna coda, nessuna ressa. In meno di dieci minuti: impronte digitali, firma elettronica, pratica conclusa. Poi, sempre online, ti avviseranno quando tornare a ritirare il nuovo documento — oppure puoi delegare qualcuno. Semplice, ordinato, umano.
Un bell’8 pieno, senza esitazioni.

Sulla strada del ritorno, però, la realtà mi ha riportato bruscamente coi piedi per terra. Davanti alla Dirección General de Migración di Santo Domingo ho notato una fila interminabile, sotto al sole, di decine e decine di stranieri. Uomini e donne in attesa paziente di poter entrare nell’edificio, sedersi (quando va bene), aspettare per ore tra centinaia di persone, ascoltando nomi chiamati da altoparlanti che si sentono a malapena, coperti dal brusio di chi aspetta.

Dopo Migración, tocca anche passare dalla Junta Central Electoral per ritirare o aggiornare la propria cédula di residenza. Altra attesa, altra folla, altro tempo sottratto alla vita.

E qui nasce la domanda, legittima: com’è possibile?
La Repubblica Dominicana, pur con tanti problemi strutturali, è conosciuta per l’efficienza del suo sistema digitale. Pagamenti online, servizi elettronici, procedure informatizzate funzionano — spesso meglio che in molti Paesi europei. E allora perché non usare davvero il digitale per evitare queste sofferenze inutili alle centinaia di migliaia di stranieri che hanno scelto questo paradiso tropicale, sì meraviglioso, ma anche scomodo, per viverci?

Non parliamo di privilegi, ma di organizzazione, di rispetto del tempo e della dignità delle persone. Prenotazioni scaglionate, orari certi, comunicazioni chiare: l’Ambasciata italiana dimostra che si può fare, e bene.

Il confronto è inevitabile e un po’ amaro.
Da una parte un servizio moderno, rapido, quasi invisibile.
Dall’altra code, attese infinite, caldo, incertezza.

Ambasciata italiana: un bel 8.
Migración Dominicana… mi astengo.

Un’ultima nota, però, non polemica ma costruttiva: proprio perché la Repubblica Dominicana sa essere efficiente, questa situazione stride ancora di più. E forse è arrivato il momento di chiedersi se non sia davvero possibile fare meglio, per il bene di tutti — dominicani e stranieri?

sabato 24 gennaio 2026

Haiti è davvero un pericolo per la Repubblica Dominicana? Tra paura, realtà e propaganda

 


In Repubblica Dominicana la domanda è ricorrente, quasi quotidiana: Haiti rappresenta un pericolo per il paese?
È una convinzione diffusa tra molti dominicani, alimentata da notizie drammatiche, insicurezza regionale e una storia condivisa fatta di diffidenza e traumi. Ma quanto c’è di reale e quanto di percepito?

Il punto di partenza: la crisi haitiana è reale

È impossibile negarlo: Haiti vive da anni una crisi profonda.
Instabilità politica, collasso istituzionale, violenza delle gang armate, povertà estrema e assenza di servizi essenziali hanno trasformato intere aree – soprattutto la capitale – in zone fuori controllo.

Questo genera un effetto diretto sulla Repubblica Dominicana, l’unico paese con cui Haiti condivide una frontiera terrestre.

Il confine: pressione migratoria, non invasione

Il principale impatto sulla RD è migratorio. Migliaia di haitiani cercano lavoro, cure mediche o semplicemente sopravvivenza.
Per un paese relativamente piccolo come la Repubblica Dominicana, questa pressione è reale e difficile da gestire, soprattutto nei servizi sanitari, nell’edilizia e nell’agricoltura.

Ma è importante chiarire un punto chiave:
non esistono prove di un piano di destabilizzazione o di una “invasione organizzata”.
La stragrande maggioranza dei migranti cerca lavoro, non conflitto.

Criminalità: paura amplificata

Molti dominicani associano Haiti automaticamente a criminalità e violenza. Tuttavia:

  • la criminalità organizzata haitiana resta in gran parte interna ad Haiti

  • i principali problemi di sicurezza in RD restano locali, legati a traffici, corruzione e disuguaglianze interne

Alcuni episodi isolati vengono spesso amplificati mediaticamente, rafforzando una percezione di pericolo generalizzato che non corrisponde ai dati reali.

Una paura che ha radici storiche

La diffidenza non nasce oggi. È il risultato di:

  • una storia comune dolorosa

  • differenze linguistiche e culturali

  • decenni di narrazioni politiche che hanno usato “il pericolo haitiano” come strumento di consenso

In molti casi, la paura di Haiti serve anche a nascondere problemi interni dominicani, spostando l’attenzione su un nemico esterno.

Il vero rischio per la Repubblica Dominicana

Paradossalmente, il pericolo maggiore non è Haiti in sé, ma:

  • una gestione disordinata della frontiera

  • politiche emotive invece che strutturate

  • la mancanza di cooperazione internazionale

Senza soluzioni regionali e senza il supporto della comunità internazionale, la crisi haitiana continuerà a produrre effetti collaterali sulla RD.

Tra sicurezza e umanità

La Repubblica Dominicana ha il diritto di proteggere i propri confini, ma anche la responsabilità di evitare che la paura si trasformi in disumanizzazione.
Sicurezza e diritti umani non sono opposti: sono due elementi che devono convivere.