venerdì 6 febbraio 2026

Doppia cittadinanza: integrazione o rinuncia all’italianità?

 


C’è una domanda che ritorna spesso, quasi come un ritornello, tra gli italiani che vivono all’estero: avere la doppia cittadinanza significa rinunciare a una parte della propria italianità?
Per molti la risposta è scontata. Per me, no. Ed è una risposta netta.

Vivo nella Repubblica Dominicana da 26 anni. Qui ho lavorato, costruito relazioni, affrontato difficoltà, trovato affetti. È il Paese che mi ospita, che rispetto e che ringrazio. Ma non è il mio Paese.
E proprio per questo non chiederò mai la cittadinanza dominicana.

Essere integrati non significa cambiare identità

Negli ultimi anni si è diffusa un’idea quasi obbligatoria: per essere davvero integrati bisognerebbe diventare cittadini del Paese che ci accoglie. Come se il passaporto fosse una prova di lealtà.
Io non ci sto.

L’integrazione è rispettare le leggi, contribuire alla società, non sentirsi superiori, partecipare alla vita quotidiana del luogo in cui si vive.
L’identità, invece, è un’altra cosa. È lingua, memoria, cultura, storia, formazione. Ed è qualcosa che non si cambia firmando un modulo.

L’italianità non è un optional

Sono italiano.
Non “anche” italiano. Italiano e basta.

L’italianità non è una giacca che si toglie quando fa caldo, né un dettaglio burocratico. È il modo di pensare, di discutere, di criticare, di emozionarsi. È la fatica di spiegare chi siamo a chi non lo capisce. È la nostalgia che non se ne va. È anche l’arrabbiatura verso un’Italia che spesso dimentica chi vive fuori, ma che resta comunque casa.

Accettare una seconda cittadinanza, per me, significherebbe ammettere che l’identità è negoziabile. E io non lo credo.

Una scelta personale, non una condanna morale

Sia chiaro: non giudico chi sceglie la doppia cittadinanza.
Ci sono motivi pratici, familiari, lavorativi. Ognuno ha il proprio percorso.
Ma rivendico con forza il diritto opposto: quello di non dover dimostrare nulla a nessuno.

Non devo diventare dominicano per dimostrare rispetto alla Repubblica Dominicana.
Così come non ho smesso di essere italiano il giorno in cui ho preso un aereo con un biglietto di sola andata.

Orgogliosamente italiano, anche da lontano

Viviamo in un’epoca in cui l’identità viene spesso diluita, annacquata, resa fluida per comodità. Io rivendico il diritto alla coerenza, anche se scomoda.

Dopo 26 anni qui, potrei farlo.
Non lo farò.

Perché non sono dominicano.
Perché sono italiano.
E lo sono con orgoglio, anche – e forse soprattutto – vivendo lontano dall’Italia.

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