Con Cronaca confusa di una quasi indipendenza, Ennio Marchetti torna alla narrativa con un romanzo corale ambientato nella penisola di Samaná, nella Repubblica Dominicana, un territorio periferico non solo dal punto di vista geografico, ma soprattutto politico e simbolico.
Il libro prende le mosse da una realtà quotidiana fatta di blackout, carenza d’acqua, servizi che arrivano a intermittenza e promesse istituzionali mai mantenute. In questo contesto di attesa cronica e disillusione, nasce quasi per gioco — tra una conversazione al colmado e una battuta detta per stanchezza — un’idea tanto semplice quanto destabilizzante: provare a fare da soli.
Marchetti evita consapevolmente ogni retorica rivoluzionaria. L’indipendenza non è presentata come progetto politico strutturato, ma come reazione emotiva, come sintomo di una distanza sempre più marcata tra il centro decisionale e la vita reale delle periferie. Il vero protagonista del romanzo non è un leader, ma il “rumore”: una voce collettiva che cresce, si trasforma, si contraddice e finisce per interrogare un’intera comunità.
La scrittura è asciutta, osservativa, attenta ai dettagli minimi della quotidianità: un rubinetto a secco, una candela accesa durante un blackout, un camion dell’acqua che non arriva. Attraverso una galleria di personaggi comuni — pescatori, madri, bambini, intermediari, funzionari locali — l’autore costruisce un affresco umano in cui la marginalità diventa centro narrativo.
Cronaca confusa di una quasi indipendenza è un romanzo sulla periferia del potere, ma anche sul confine sottile tra rassegnazione e consapevolezza. Un libro che non offre risposte né soluzioni, ma pone una domanda essenziale: cosa accade quando l’assenza dello Stato smette di essere tollerata e comincia a essere nominata?
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