Li chiamano furbi. Sbagliato. Sono persone che rifiutano di farsi prendere in giro.
Se uno Stato ti chiede 2.000 euro l’anno per avere accesso alla sanità del tuo Paese, non sta chiedendo un contributo. Sta mettendo un prezzo alla tua salute. E quando la salute diventa un lusso, la dignità diventa un problema.
Chi torna in Italia, si cancella dall’AIRE e si cura, non sta aggirando la legge. La sta usando meglio di chi l’ha scritta. Perché nel momento in cui sei residente, hai diritto alle cure. È semplice. È legale. È incontestabile. Se il sistema fa acqua, non è colpa di chi nuota.
Questa norma colpisce solo i più deboli. Chi vive negli Stati Uniti o in Canada probabilmente non ne ha bisogno. Ha assicurazioni, strutture efficienti, stipendi adeguati.
Chi, invece, vive nei Caraibi o in America Latina spesso guadagna poche centinaia di euro al mese. Per loro, 2.000 euro non sono un sacrificio. Sono una barriera.
E allora succede questo: chi non può pagare si organizza. Rientra. Si cura. Riparte.
E qualcuno, seduto a un tavolo, ha anche il coraggio di indignarsi. È questa la parte più insopportabile: chi giudica senza capire. O peggio: capisce benissimo, ma finge di non sapere.
Il vero abuso non è di chi si difende, è di chi ha firmato una legge che divide gli italiani in base al reddito e al Paese in cui vivono. Una legge che dice, senza dirlo: se sei povero e vivi all’estero, arrangiati.
Qui non c’è furbizia. C’è sopravvivenza.
E finché qualcuno continuerà a indignarsi per chi cerca di curarsi, invece di farlo per una legge ingiusta, il problema non saranno mai i cittadini ma chi li governa.

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