martedì 17 febbraio 2026

San Valentino a Las Terrenas: ma dov’è finito il romanticismo?

 


Ieri su L’ItaloDominicano abbiamo raccontato il clamoroso ingorgo che ha paralizzato Las Terrenas nel pomeriggio e nella sera di sabato scorso, giorno di San Valentino. Un serpentone di auto ferme, clacson, nervosismo e oltre due ore di attesa per percorrere pochi chilometri. Uno scenario ormai tristemente familiare in una città che non ha mai conosciuto una vera pianificazione urbana e che  “corre” — si fa per dire — su un’unica arteria principale.

Oggi, però, la domanda è un’altra. Più semplice, forse più scomoda:
perché venire in massa a Las Terrenas per festeggiare il giorno degli innamorati?

Di romantico, ormai, c’è ben poco. La città è diventata preda del cemento, con una crescita disordinata che ha soffocato il verde, ristretto le spiagge, messo sotto pressione le infrastrutture e compromesso aria e acque. Il rumore ha preso il posto del silenzio, lo stress quello della lentezza caraibica, la folla quello dell’intimità.

Forse trent’anni fa sì, Las Terrenas era davvero una destinazione romantica.
Quando tutto era verde, quando le spiagge erano larghe e libere, quando il mare era incontaminato, quando bastava una passeggiata al tramonto e una cena semplice per sentirsi altrove, lontani dal mondo. Allora sì che San Valentino aveva un senso.

Oggi, invece, la festa degli innamorati si consuma tra code interminabili, parcheggi impossibili, locali sovraffollati e aria irrespirabile. Una corsa contro il tempo per “esserci”, più che per stare bene. Una celebrazione che sembra aver perso il suo significato più profondo: condividere calma, bellezza e tempo di qualità.

Forse è il momento di dirlo senza nostalgia ma con lucidità:
Las Terrenas continua a vivere di un’immagine che non le appartiene più. E finché non si affronteranno seriamente i temi della pianificazione, dell’ambiente e della qualità della vita, anche le ricorrenze più romantiche rischiano di trasformarsi in occasioni mancate.

San Valentino passa. Il traffico resta. E con lui una domanda che vale tutto l’anno:
che città vogliamo essere, e per chi?

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