A Las Terrenas basta una pioggia normale per far emergere una verità scomoda: il disastro non è naturale, è amministrato.
Strade sommerse, case allagate, negozi chiusi, spiagge trasformate in discariche. E ogni volta la stessa giustificazione: “È colpa delle piogge”.
No.
Le piogge non sono colpevoli. I responsabili hanno nomi, ruoli e firme.
Distruggere le paludi, poi stupirsi
Le paludi e le zone umide attorno a Las Terrenas non erano un fastidio da eliminare. Erano un sistema di protezione naturale.
Sono state riempite di terra, caliche e cemento per fare spazio a costruzioni private, spesso in violazione del buon senso prima ancora che delle norme.
Chi ha autorizzato questi interventi sapeva perfettamente cosa stava facendo.
E oggi quegli stessi luoghi, privati della loro funzione naturale, si trasformano in bacini d’acqua che invadono il paese.
I permessi: l’atto originario del disastro
Ogni edificio costruito in una zona di drenaggio naturale ha un colpevole preciso: chi ha firmato il permesso.
Non si tratta di errori tecnici, ma di decisioni politiche e amministrative. Decisioni che hanno favorito interessi privati a scapito della collettività.
Rifiuti verso il mare, nessun controllo
I canali naturali trascinano rifiuti fino alle spiagge. Plastica, sacchi, detriti.
Ma quei rifiuti non cadono dal cielo. Vengono buttati, tollerati, ignorati.
Dov’è il controllo?
Dov’è la prevenzione?
Dov’è la sanzione?
In un paese che vive di turismo, la distruzione delle spiagge non è solo degrado ambientale: è suicidio economico.
Eppure nessuno paga
Ed eccoci al punto centrale.
I colpevoli non pagano mai.
Non pagano chi ha autorizzato costruzioni sbagliate.
Non pagano chi ha chiuso gli occhi davanti all’abusivismo.
Non pagano chi non ha vigilato sui rifiuti.
Non pagano nemmeno politicamente, perché nessuno chiede conto delle conseguenze.
Pagano i cittadini.
Pagano i residenti.
Pagano quelli che avevano creduto in Las Terrenas come progetto di vita.
Fuga o rassegnazione?
Quando un territorio smette di offrire sicurezza, servizi e prospettive, la fuga non è isteria: è sopravvivenza.
Sempre più persone si pongono una domanda semplice e dolorosa: vale ancora la pena restare?
Finché non si romperà questo schema perverso – profitto privato, danno pubblico, impunità totale – nessun piano, nessuna promessa, nessuna inaugurazione servirà a qualcosa.
Perché la pioggia smette.
Il cemento resta.
E chi ha sbagliato, finora, non ha mai pagato nulla.

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