Con L’Inquisitore dell’Española si conclude un progetto narrativo unitario e ambizioso che attraversa il XVI e l’inizio del XVII secolo, un’epoca decisiva per la storia europea e caraibica. Il romanzo completa un trittico dark composto da Ad Inferos, I Dannati di Samaná e L’Inquisitore dell’Española, tre opere autonome, pubblicate sotto pseudonimi differenti, ma tutte ambientate tra il 1500 e il 1600.
Non si tratta di una saga storica tradizionale, ma di un percorso tematico che usa la narrativa per indagare le radici del potere moderno, nate proprio in quel secolo di conquista, fede assoluta e violenza legittimata.
Un secolo di ferro, fede e dominio
Il periodo compreso tra il 1500 e il 1600 è quello in cui l’Europa esporta nei Caraibi non solo uomini e merci, ma anche tribunali, dottrine, gerarchie e paure. È il secolo in cui la fede diventa strumento politico, la conquista si ammanta di missione morale e l’ordine viene imposto attraverso la paura.
I tre romanzi si collocano tutti in questo arco temporale, osservandolo da angolazioni diverse:
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Ad Inferos esplora l’inferno interiore dei religiosi europei del XVI secolo, lacerato tra colpa e fede.
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I Dannati di Samaná porta quello stesso conflitto nel contesto caraibico, raccontando una comunità segnata dal peccato, dalla superstizione e dall’isolamento, nella penisola di Samaná.
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L’Inquisitore dell’Española affronta direttamente il potere istituzionale, mettendo in scena l’arrivo dell’Inquisizione a Santo Domingo e il trapianto della giustizia europea nei tropici.
Santo Domingo, capitale del controllo
Nel nuovo romanzo, Santo Domingo diventa il centro di un sistema repressivo che unisce religione, nobiltà e interessi economici. L’inquisitore Fra Alonso de Mendosa non è solo un fanatico, ma l’ingranaggio di una macchina più grande, manovrata da figure di potere come Donna Elvira de Guevara, nobildonna spagnola che incarna il volto laico e coloniale della dominazione.
L’isola dell’Española non è descritta come scenario esotico, ma come luogo di sperimentazione del potere, dove le istituzioni europee vengono adattate a un contesto estremo, amplificandone la brutalità.
Tre pseudonimi, tre voci
La scelta di firmare i romanzi con pseudonimi diversi riflette la volontà di dare a ciascun libro una voce autonoma, coerente con il punto di vista narrativo e morale adottato. Non un vezzo letterario, ma un modo per sottolineare che il male non ha una sola maschera, così come il potere non ha un’unica forma.
Insieme, i tre romanzi compongono una sorta di affresco oscuro del primo secolo coloniale, in cui l’inferno non è mai soprannaturale, ma umano, organizzato, amministrato.
Una storia che parla anche all’oggi
Per chi vive oggi nella Repubblica Dominicana, questo trittico non è solo narrativa storica. È un invito a guardare le radici profonde dell’isola, oltre l’immagine luminosa del presente. Molte dinamiche di potere, esclusione e silenzio nascono proprio in quel secolo fondativo, tra il 1500 e il 1600, quando l’Española era il laboratorio del mondo moderno.
Con L’Inquisitore dell’Española il percorso narrativo si chiude, ma resta aperta una domanda scomoda:
quanto di quel passato continua ancora a respirare sotto la superficie del presente?



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