venerdì 30 gennaio 2026

L’espansione silenziosa dei centri commerciali cinesi e una domanda che resta senza risposta


In molte città della Repubblica Dominicana è ormai impossibile non notarlo: grandi centri commerciali di origine cinese sorgono in tempi rapidissimi, occupando interi isolati e modificando il tessuto urbano e commerciale. Strutture imponenti, assortimenti vastissimi, prezzi estremamente competitivi. Un fenomeno che cresce sotto gli occhi di tutti e che solleva interrogativi sempre più insistenti su regole, controlli e trasparenza.

In numerosi casi, queste aperture avvengono in modo sorprendentemente veloce, lasciando spazio a dubbi sulla completezza dell’iter burocratico: licenze edilizie, autorizzazioni municipali, permessi ambientali e certificazioni di sicurezza non sempre risultano chiari o facilmente verificabili. La sensazione diffusa è quella di una zona grigia normativa, dove i controlli appaiono deboli o discontinui.

Il tema non riguarda solo la legalità formale, ma anche l’impatto economico. I piccoli e medi commercianti dominicani denunciano una concorrenza difficile da sostenere: mentre le attività locali affrontano affitti elevati, tasse, ispezioni frequenti e burocrazia complessa, i grandi megastore sembrano muoversi con maggiore agilità.

Il risultato è una progressiva erosione del commercio tradizionale, soprattutto nei quartieri popolari e nelle città di medie dimensioni, dove alcuni negozi storici hanno già chiuso o ridotto drasticamente la propria attività.

Anche sul fronte occupazionale emergono perplessità. Se da un lato questi centri commerciali generano posti di lavoro, dall’altro persistono dubbi sulle condizioni contrattuali, sugli orari e sul rispetto delle normative sul lavoro. Le ispezioni ufficiali risultano sporadiche e raramente seguite da sanzioni significative, alimentando la percezione di una sostanziale tolleranza.

Al di là degli aspetti commerciali e occupazionali, c’è una domanda che sempre più spesso circola tra imprenditori, cittadini e osservatori:
da dove provengono gli ingenti capitali necessari per costruire questi imponenti centri commerciali?

Parliamo di investimenti multimilionari, realizzati in tempi brevi, spesso senza ricorrere a finanziamenti bancari locali noti o a partnership pubblicamente dichiarate. In un Paese dove l’accesso al credito è complesso anche per grandi imprenditori dominicani, la disponibilità immediata di risorse così consistenti solleva interrogativi legittimi sulla tracciabilità dei capitali, sui canali di finanziamento e sui controlli antiriciclaggio.

Non si tratta di formulare accuse, ma di chiedere trasparenza, un principio fondamentale in qualsiasi economia che voglia definirsi moderna e affidabile.

La Repubblica Dominicana ha bisogno di investimenti stranieri e continua giustamente a promuoverli. Tuttavia, attrarre capitali senza un sistema di regole chiare e uguali per tutti rischia di trasformare lo sviluppo in deregulation. Il problema non è l’origine degli investitori, ma l’assenza di controlli efficaci e visibili.

Finché resteranno senza risposta domande essenziali — sui permessi, sulle condizioni di lavoro e soprattutto sull’origine dei capitali — il fenomeno dei grandi centri commerciali cinesi continuerà a generare sospetti, malcontento e tensioni sociali.

In gioco non c’è solo il commercio, ma la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini in uno Stato che dovrebbe garantire legalità, equità e trasparenza.

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