lunedì 12 gennaio 2026

Perché nelle scuole dominicane non si insegna Educazione Civica?


Una domanda che riguarda il presente – e il futuro – del Paese.

Per molti genitori, insegnanti e osservatori attenti della realtà educativa della Repubblica Dominicana, una constatazione è ormai evidente: l’Educazione Civica, come materia autonoma, è praticamente scomparsa dai programmi scolastici. Ma perché è successo? E quali conseguenze comporta questa assenza?

Formalmente, l’Educazione Civica non è stata abolita. Con le riforme educative degli ultimi anni, soprattutto quelle orientate al cosiddetto currículo por competencias, i suoi contenuti sono stati progressivamente assorbiti in altre materie, come Scienze Sociali, Storia o Formazione Integrale. Il risultato, però, è che non esiste più uno spazio chiaro e strutturato dedicato a temi fondamentali come la Costituzione, i diritti e i doveri del cittadino, il funzionamento delle istituzioni, il rispetto delle regole comuni e la partecipazione democratica. In questo modo l’Educazione Civica è diventata “di tutti” e, molto spesso, di nessuno.

Un altro elemento decisivo è la priorità crescente data alle materie considerate più “misurabili”: matematica, lingua, scienze, competenze digitali. Sono discipline che producono risultati immediati, facilmente valutabili attraverso test standardizzati e utili nei confronti internazionali sull’istruzione. L’Educazione Civica, al contrario, non genera numeri da esibire né effetti rapidi: forma cittadini nel lungo periodo. In un sistema scolastico sotto pressione, questo tipo di formazione finisce per essere considerato secondario.

A questo si aggiunge un problema sempre più evidente e raramente affrontato con franchezza: la scarsa padronanza della grammatica, che non riguarda solo i livelli scolastici di base, ma si estende anche all’istruzione superiore. Abbiamo assistito a gravi errori ortografici e grammaticali – come lo scambio tra b e v – persino in testi redatti da laureati e professionisti, inclusi medici e licenziati. Errori che non dovrebbero esistere a quei livelli di formazione.

Chi ha frequentato il Liceo in altri contesti educativi ricorda bene quanto fosse severa la valutazione della lingua scritta. In un Liceo Classico italiano, ad esempio, un grave errore di grammatica in un tema comportava una insufficienza seria, spesso difficile da recuperare. La correttezza linguistica non era un dettaglio, ma una condizione essenziale per dimostrare capacità di pensiero, rigore e rispetto per chi legge. Oggi, invece, la tolleranza verso l’errore sembra essere diventata la norma, con l’effetto di abbassare progressivamente il livello generale dell’espressione scritta.

C’è poi un aspetto meno dichiarato, ma non per questo meno reale. Educare alla cittadinanza significa sviluppare senso critico, conoscenza delle regole, consapevolezza dei diritti e capacità di controllo del potere. Non è complottismo osservare che una popolazione con scarse basi civiche e linguistiche è più facile da gestire, più incline all’indifferenza, al clientelismo e alla rassegnazione. L’assenza di una vera Educazione Civica e di una solida formazione linguistica non è solo una scelta pedagogica, ma anche una scelta culturale e, in parte, politica.

Le conseguenze sono visibili nella vita quotidiana: scarso rispetto delle regole, disinteresse per la cosa pubblica, confusione tra diritti e favori personali, normalizzazione della corruzione e bassa partecipazione consapevole alla vita democratica. Non si tratta di “difetti nazionali”, ma degli effetti prevedibili di un’educazione incompleta, che trascura sia la formazione civica sia la padronanza della lingua.

Non è però troppo tardi per invertire la rotta. Reintrodurre l’Educazione Civica come materia autonoma, rafforzare seriamente l’insegnamento della lingua, formare docenti preparati e rigorosi, e restituire valore alla correttezza grammaticale come strumento di pensiero, sarebbe un investimento sul futuro del Paese. Perché una società non si costruisce soltanto con infrastrutture e crescita economica, ma con cittadini capaci di comprendere, esprimersi e partecipare consapevolmente.

L’ItaloDominicano continuerà a porre domande scomode, convinto che il futuro della Repubblica Dominicana passi anche, e soprattutto, dalle sue scuole.


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