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Negli ultimi anni il Venezuela è stato percepito, anche dagli italiani all’estero, come una crisi cronica, immobile, quasi “normalizzata”. Oggi non è più così. Con Delcy Rodríguez alla guida del Paese come presidente ad interim, il fattore decisivo è diventato uno solo: il tempo.
La Costituzione venezuelana non lascia grandi margini di interpretazione. In caso di assenza temporanea del presidente, l’interim può durare 90 giorni, prorogabili una sola volta fino a un massimo di sei mesi. Oltre questo limite non esiste una soluzione legale: o si va a elezioni, oppure si entra apertamente in una zona extra-costituzionale. È proprio questa scadenza a rendere la fase attuale diversa da tutte le precedenti.
A cambiare il quadro non è solo la norma, ma anche il contesto politico. Per la prima volta dopo anni si combinano tre elementi decisivi: osservatori internazionali con un ruolo reale e non simbolico, un’opposizione organizzata pronta a mostrare e pubblicare gli atti di seggio, e tempi stretti che riducono drasticamente le tradizionali manovre dilatorie del potere. In queste condizioni, la gestione opaca del risultato elettorale diventa molto più difficile. Se i verbali sono pubblici e verificabili, l’esito si chiarisce rapidamente.
Questa crisi, inoltre, non riguarda solo Caracas. Per chi vive nella Repubblica Dominicana o più in generale nei Caraibi, il Venezuela non è una questione astratta. Influisce sugli equilibri energetici regionali, pesa sui flussi migratori e condiziona la stabilità politica di un’area già fragile. Un’elezione credibile potrebbe aprire una fase di normalizzazione graduale; una rottura istituzionale, al contrario, rischierebbe di produrre nuove tensioni e ulteriori ondate migratorie, con effetti diretti anche sui Paesi vicini.
Sul piano internazionale, gli Stati Uniti – oggi guidati da Donald Trump – possono preferire una transizione ordinata e interlocutori affidabili. Tuttavia anche Washington ha un limite chiaro: non può sostenere a lungo un risultato elettorale smentito da osservatori e documenti ufficiali senza pagarne il prezzo diplomatico. Il pragmatismo conta, ma non può cancellare l’evidenza dei fatti.
Nei prossimi mesi il Venezuela si muoverà realisticamente lungo tre possibili scenari. Il primo è quello di elezioni reali entro sei mesi, con un’opposizione favorita e l’avvio di una lenta riapertura politica ed economica. Il secondo è quello di elezioni rinviate o svuotate di significato, che prolungherebbero l’instabilità e la contestazione. Il terzo, il più grave, è l’assenza di voto e la rottura dell’ordine costituzionale, con isolamento internazionale e conseguenze regionali.
Per gli italiani che vivono all’estero, soprattutto nei Caraibi, seguire questa vicenda non è un esercizio teorico. Molti lavorano in contesti internazionali, hanno relazioni economiche regionali o sono direttamente esposti agli effetti delle crisi migratorie. Capire ora cosa sta accadendo in Venezuela significa evitare di farsi trovare impreparati domani.
La domanda, ormai, non è più se il chavismo sia in difficoltà. La vera questione è se possa ancora controllare il processo senza violare apertamente le regole. Con sei mesi come limite massimo, osservatori internazionali e atti di seggio pubblici, il tempo del potere indefinito sembra finito. Se si voterà davvero, l’opposizione parte favorita. Se non si voterà, il Paese entrerà in una fase ancora più instabile. In entrambi i casi, una cosa appare certa: questa volta l’orologio corre contro il chavismo.
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