lunedì 12 gennaio 2026

Quanto danno fanno le reti sociali alla lettura di libri e alla cultura in genere?


Tra scrittura approssimativa, reazioni aggressive e progressivo impoverimento del linguaggio.

Chi osserva con attenzione il dibattito pubblico nella Repubblica Dominicana non può fare a meno di porsi una domanda scomoda: quanto stanno danneggiando le reti sociali la lettura dei libri e la cultura in generale? Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di constatare un fenomeno sempre più evidente, che incide profondamente sul modo di scrivere, di pensare e di comunicare.

Scorrendo Facebook, Instagram o altre piattaforme, si assiste quotidianamente a vere e proprie mostruosità grammaticali: frasi senza senso, errori ortografici gravi, punteggiatura inesistente, parole scritte “a orecchio”. Nulla di sorprendente, se non fosse che questi errori non provengono solo da giovani studenti, ma anche da adulti, professionisti, persone con titoli di studio elevati. Ancora più inquietante è il fatto che, quando qualcuno prova a correggere con educazione, la risposta non sia il ringraziamento, ma spesso l’insulto, l’aggressione verbale, l’accusa di “sentirsi superiore”.

Questo atteggiamento rivela un problema culturale profondo. La lingua non è più percepita come uno strumento da rispettare e curare, ma come un fastidio secondario. Scrivere male non è più considerato un limite, bensì qualcosa di normale, quasi da rivendicare. In questo contesto, la lettura dei libri diventa un’attività marginale, quando non del tutto assente.

Eppure, in questo Paese si legge poco, troppo poco. La lettura non è un passatempo elitario, ma la base stessa del sapere. È leggendo che si impara a scrivere, che si arricchisce il vocabolario, che si acquisisce la capacità di costruire un pensiero complesso e coerente. Senza lettura non c’è padronanza della lingua, e senza padronanza della lingua non c’è vero pensiero critico.

Le reti sociali, per loro natura, favoriscono la velocità, la semplificazione estrema, la reazione immediata. Il libro, al contrario, richiede tempo, concentrazione, silenzio, capacità di seguire un ragionamento. Quando il primo modello sostituisce completamente il secondo, il risultato è una cultura dell’improvvisazione, dell’opinione urlata, della frase scritta male ma difesa con arroganza.

Il danno non è solo linguistico, ma anche civile. Chi non legge fatica a comprendere testi complessi, leggi, contratti, programmi politici. Diventa più vulnerabile alla manipolazione, agli slogan, alle fake news. Una società che legge poco è una società più fragile, meno consapevole, più facilmente controllabile.

Nessuno chiede di rinunciare alle reti sociali. Ma è urgente ristabilire un equilibrio. Promuovere la lettura fin dall’infanzia, valorizzare la scrittura corretta, smettere di giustificare l’ignoranza come se fosse autenticità. Correggere un errore non dovrebbe essere visto come un’offesa, ma come un atto di rispetto verso la lingua e verso chi scrive.

Perché leggere non serve solo a “sapere di più”. Serve a pensare meglio, esprimersi meglio e vivere meglio. E una cultura che rinuncia ai libri, prima o poi, rinuncia anche a se stessa.

L’ItaloDominicano continuerà a insistere su questi temi, perché la cultura non è un lusso: è una necessità.

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