La Camera dei deputati ha approvato il provvedimento che introduce un contributo annuo di 2.000 euro per gli iscritti AIRE che intendono usufruire del Servizio Sanitario Nazionale durante i rientri temporanei in Italia.
Una norma che cambia radicalmente l’accesso alle cure per milioni di italiani residenti all’estero — e che sta provocando polemiche, dubbi giuridici e forti preoccupazioni nelle comunità emigrante, soprattutto nei Paesi con redditi molto bassi.
Un costo proibitivo per gli italiani nei Paesi poveri
In America Latina, nei Caraibi, in Africa e in molte aree dell’Asia, gran parte degli italiani iscritti AIRE vive con stipendi di poche centinaia di dollari al mese, spesso inferiori ai 300–400.
Per loro, versare 2.000 euro all’anno significa dover scegliere tra la salute e la sopravvivenza quotidiana. È evidente che migliaia di connazionali saranno di fatto esclusi dall’accesso alla sanità pubblica italiana, salvo pagare visite e ricoveri privatamente — cosa ancora più impossibile per chi vive in condizioni economiche difficili.
La Costituzione cosa dice?
La Costituzione italiana, all’articolo 3, afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.
L’articolo 32 stabilisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Ed è qui che nasce la domanda: se due cittadini italiani hanno gli stessi diritti, è costituzionale subordinare l’accesso alla sanità alla capacità di pagare una quota così elevata?
Gli esperti si dividono
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Chi critica la legge sostiene che il contributo rappresenta una forma di discriminazione economica: il diritto alla salute, essendo fondamentale, non può dipendere dal reddito. Per chi vive in Paesi poveri, 2.000 euro equivalgono a diversi mesi di stipendio: una barriera insormontabile.
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Chi difende la norma ricorda che il SSN è finanziato principalmente dalle tasse dei residenti in Italia. Gli iscritti AIRE, non contribuendo al sistema fiscale nazionale, non possono pretendere un accesso illimitato e gratuito. Il contributo sarebbe quindi una “equivalenza contributiva”.
La questione tuttavia rimane aperta: una legge può creare una distinzione tra cittadini basata sul reddito?
È questo il punto su cui probabilmente si pronunceranno costituzionalisti e – forse – la Corte Costituzionale, qualora il provvedimento venisse impugnato.
Una comunità che si sente dimenticata
Al di là dei tecnicismi legali, il malcontento è forte.
Molti italiani all’estero percepiscono questa norma come l’ennesima dimostrazione di una distanza crescente tra Roma e le comunità emigrante, spesso viste solo come “cittadini di serie B” o come contribuenti occasionali.
Per tanti connazionali con redditi bassi, anziani, o con patologie croniche, il rischio è concreto: rientrare in Italia potrebbe diventare impossibile o impraticabile dal punto di vista sanitario.
Il nodo politico e sociale
Il dibattito non è solo giuridico, ma anche etico e politico.
Il diritto alla salute è universale? Oppure è legittimo chiedere un contributo a chi non partecipa al sistema fiscale nazionale?
E soprattutto: può il Parlamento introdurre una legge che, pur non dichiarandolo, finisce per escludere i più poveri?
Sono domande che meritano finalmente una risposta chiara — nel rispetto della Costituzione e della dignità di milioni di italiani che continuano a sentirsi parte del proprio Paese, anche da migliaia di chilometri di distanza.

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