Vivo e lavoro nella Repubblica Dominicana.
Guadagno meno di mille euro al mese.
La sanità dominicana non è paragonabile a quella italiana: per un intervento importante devi pagare tutto, e le assicurazioni coprono solo una parte.
Voglio tornare in Italia per operarmi.
Ma non ho 2.000 euro per pagare la nuova quota richiesta agli iscritti AIRE.
E allora mi chiedo: cosa fa l’Italia nei miei confronti?
Sono italiano o non lo sono?
Ho gli stessi diritti degli altri cittadini, oppure no?
Perché chi vive negli Stati Uniti o in Canada magari può permetterselo, ma qui nei Caraibi 2.000 euro equivalgono a due o tre stipendi.
Io non sono un italiano di serie B.
Sono un cittadino italiano che ha solo avuto la sfortuna di vivere in un Paese dove gli stipendi sono bassi.
E ora il mio Paese mi esclude dalla sua sanità pubblica solo perché non posso pagare?”
Rispondiamo:
Gentile lettore.
La tua domanda — “cosa fa l’Italia nei miei confronti?” — è anche la domanda centrale che migliaia di italiani all’estero stanno ponendo in queste ore.
E purtroppo, la risposta oggi è semplice e dura:
se non puoi pagare, resti fuori.
La nuova norma approvata dalla Camera (speriamo che il Senato abbia più buon senso) impone agli iscritti AIRE un contributo annuo di 2.000 euro per accedere alla sanità italiana durante i rientri temporanei.
Una misura che — come la tua testimonianza dimostra — non colpisce chi vive nei Paesi ricchi, ma chi vive nei Paesi dove 2.000 euro equivalgono a mesi di lavoro.
È un costo proibitivo per migliaia di italiani residenti in America Latina, Caraibi, Africa e Asia, dove gli stipendi medi sono bassi e le assicurazioni non coprono interventi complessi.
La Costituzione italiana tutela il diritto alla salute come diritto fondamentale.
E stabilisce che tutti i cittadini hanno “pari dignità sociale”.
Ma come conciliare questi principi con una legge che divide gli italiani in:
-
chi può pagare e quindi accede alla sanità,
-
e chi non può e quindi viene escluso?
La tua lettera mostra chiaramente la frattura creata da questa misura.
A proporre e sostenere la norma è stato il deputato Andrea Di Giuseppe, eletto negli USA, con il supporto di Christian Di Sanzo, anch’egli eletto nella stessa circoscrizione.
Una scelta che favorisce solo chi vive nei Paesi ricchi e ha ignorato chi vive nei Paesi poveri.
Una scelta che ha spaccato il mondo AIRE e alimentato un senso di abbandono tra chi non ha redditi elevati.
In questo scenario, una sola forza politica si è opposta: il MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero).
È stato l’unico a votare contro la tassa da 2.000 euro, l’unico a difendere il principio che nessun cittadino italiano deve essere discriminato in base al reddito o al Paese in cui vive.
Una posizione che — nel contesto attuale — rappresenta un appello al buon senso e all’equità.
La tua domanda resta aperta, e oggi non ha una risposta soddisfacente.
Uno Stato dovrebbe garantire cura e protezione ai suoi cittadini più vulnerabili, non escluderli.
La salute non è un lusso.
Non è un servizio premium da attivare pagando un abbonamento.
È un diritto costituzionale.
E quando un lettore scrive: “Sono italiano. Perché non posso curarmi come gli altri italiani?” non è solo una domanda personale.
È l’accusa più potente contro una norma che rischia di creare italiani di serie A e italiani di serie B.

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