Ogni volta che guardo un pacchetto di Pasta Milano, mi torna alla mente un incontro di vent’anni fa.
Un incontro che devo alla gentilezza e all’intuizione di Luciana Sartori, ex console italiana a Santo Domingo.
Fu lei a presentarmi un uomo che, senza esagerare, ha lasciato un’impronta invisibile ma profonda nella storia alimentare della Repubblica Dominicana: il fondatore originale della Pasta Milano.
Non ricordo più il suo cognome — e me ne dispiace profondamente — ma ricordo lui.
Ricordo la casa della Sartori: luminosa, elegante, piena di conversazioni che fluivano come un piccolo salotto culturale italiano trapiantato ai Caraibi.
Ricordo il momento esatto in cui lei mi disse:
«Devi conoscerlo. È una storia che merita di essere raccontata.»
E così me lo presentò.
Un signore anziano, ancora elegante nonostante gli anni, con quel portamento tipico degli italiani che hanno costruito molto nella loro vita. Era forse napoletano. E arrivato nella Repubblica Dominicana in tempi in cui tutto era diverso: prima del turismo, prima dell’industria moderna, quando Puerto Plata era un porto vivo e Santiago un centro in piena crescita.
Fu a Puerto Plata che aprì la sua piccola fabbrica.
E la chiamò, da subito: Pasta Milano.
Quando gli chiesi perché, lui sorrise:
«Milano suonava più moderno. Più serio. Era il modo migliore per dire: questa è pasta italiana vera.»
Poi aggiunse, con la tipica ironia napoletana:
«Ma io sono napoletano, eh! Milano era solo per vendere meglio.»
Quell’uomo fu un pioniere.
Quando ancora la pasta non era un alimento quotidiano nelle case dominicane, lui riuscì a farla conoscere e apprezzare.
Sembrava orgoglioso, ma non vanitoso. Mi parlò delle prime difficoltà, della produzione artigianale, della necessità — poi inevitabile — di trasferire lo stabilimento a Santiago, dove il mercato era più grande e i costi più sostenibili.
Anni dopo vendette l’azienda.
Da lì in poi, come accade spesso, il marchio passò di mano diverse volte e il suo nome si perse tra fusioni, acquisizioni e narrazioni aziendali semplificate.
Quel pomeriggio, però, nella casa della Sartori, la sua storia era ancora viva.
E ricordo perfettamente una frase che mi colpì:
«Non importa che il mio nome resti.
Importa che resti l’Italia.»
Aveva ragione.
Oggi Pasta Milano è un marchio nazionale, radicato in milioni di cucine dominicane. Poco importa quante volte sia stato venduto o inglobato: dietro quella confezione c’è stato un italiano arrivato con coraggio, visione e amore per il proprio mestiere.
Un italiano che forse, come me, nessuno ricorderà più per nome,
ma che ha portato un pezzo d’Italia sulle tavole di un intero Paese.
E se oggi scrivo questa storia,
è anche grazie a Luciana,
che vide in quell’uomo — e in quella memoria — qualcosa che non doveva andare perduto.

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