L’idea di reintrodurre la leva militare obbligatoria in Italia torna ciclicamente sul tavolo politico. Questa volta a rilanciarla è il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, convinto che il servizio militare possa rafforzare il senso civico, l’identità nazionale e la “resilienza” del Paese.
Ma nel 2025, in una società globalizzata, digitale e con un mercato del lavoro in forte trasformazione, la domanda è inevitabile: ha ancora senso obbligare un’intera generazione a interrompere la propria vita per un anno?
Una proposta che guarda al passato
La leva obbligatoria appartiene a un’Italia che non esiste più: un Paese agricolo-industriale, con comunità radicate e un tessuto sociale molto diverso. Oggi i giovani vivono tra università, lavoro precario, mobilità internazionale, competenze tecnologiche, startup, lingue straniere.
Imporre loro dodici mesi di addestramento militare significa inserire un modello del Novecento in una realtà completamente cambiata.
È davvero una questione di difesa?
L’Italia, come la maggior parte dei Paesi europei, ha scelto da oltre vent’anni un esercito professionale, specializzato e tecnologico. Le operazioni moderne richiedono competenze avanzate: cyberdifesa, droni, intelligence, logistica complessa.
Pensare di sostituire tutto questo con un flusso annuale di ragazzi appena maggiorenni è irrealistico, oltre che dispendioso.
Molti analisti lo dicono apertamente: la leva non rafforza la difesa, la complica.
Il vero nodo: un anno della vita dei giovani
Al di là del discorso militare, c’è un aspetto che in Italia si tende a ignorare: per un giovane, un anno è tantissimo.
Un anno di:
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studio universitario,
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prime esperienze professionali,
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opportunità all’estero,
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crescita personale,
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formazione specialistica.
Interrompere tutto questo significa rallentare l’ingresso nel mondo del lavoro, proprio in un Paese che già oggi vede i giovani fare fatica a trovare un’occupazione e costruirsi una carriera dignitosa.
L’argomento del “serve a creare disciplina”
I sostenitori della leva ripetono che “serve ai giovani”, che “li disciplina”, che “li responsabilizza”.
È un argomento che rivela una certa nostalgia per un passato paternalista, in cui lo Stato educava i ragazzi più delle famiglie e della scuola.
Nel 2025, la disciplina non nasce mettendo in fila migliaia di diciottenni con un fucile scarico: nasce da un sistema scolastico migliore, da una società meno precaria, da opportunità concrete, da percorsi formativi moderni.
Esistono alternative più intelligenti
Se l’obiettivo fosse veramente “rafforzare la coesione nazionale”, esistono soluzioni molto più adatte:
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Servizio civile universale davvero accessibile,
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programmi giovanili di utilità sociale,
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volontariato obbligatorio ma flessibile,
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percorsi di formazione su emergenze, protezione civile, primo soccorso,
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educazione civica avanzata.
Tutte opzioni che sviluppano competenze utili alla società senza militarizzare un’intera generazione.
Una proposta che non convince (e divide)
La verità è che la leva obbligatoria, oggi, non risolve nessun problema reale:
non migliora la difesa, non modernizza il Paese, non aiuta i giovani.
Sembra più un messaggio politico-identitario che una strategia concreta.
L’unica cosa certa è che costringere milioni di ragazzi a fermare studio e lavoro per un anno rischia di diventare l’ennesimo ostacolo in un’Italia già poco generosa con i suoi giovani.
È legittimo chiederselo: di chi sarebbe il beneficio? Dello Stato o dei ragazzi?
E se la risposta non è chiara, forse è perché questa proposta appartiene più al passato che al futuro.

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