“La musica è finita”, cantava Ornella Vanoni. Una frase che allora aveva un sapore malinconico, oggi suona come una profezia compiuta. La musica di un tempo – quella fatta di sette note, di musicisti che studiavano sul rigo, di voci intonate senza autotune – sembra sparita dal panorama. Le classifiche globali sono dominate da reggaeton, trap, urbana e prodotti nati più da algoritmi che da ispirazione. È cambiato tutto: non conta più il talento, ma il ritmo virale; non importa la melodia, basta un beat ripetuto mille volte su TikTok.
A questo si aggiunge un altro protagonista: la intelligenza artificiale. Oggi chiunque può “comporre” un brano senza conoscere una scala musicale, senza aver mai toccato uno strumento. Basta dare due istruzioni a un software e la macchina fa tutto: melodia, armonia, voce, perfino un finto cantante creato da zero. Il risultato? La musica, quella vera, quella che richiedeva studio, disciplina e sensibilità, sembra sempre più marginalizzata, sostituita da prodotti seriali e senza anima.
E poi c’era un gesto che oggi appare quasi archeologia: comprare un vinile, un CD, sfogliare un libretto, leggere i testi, sentire il profumo della carta e del disco nuovo. Oggi tutto è “gratis” su internet, tutto è riproducibile all’infinito, tutto è leggero, usa-e-getta. Il valore dell’opera si è svuotato, e con esso il rispetto per chi la creava. Ma una cosa resta: finché ci saranno persone capaci di distinguere tra rumore e arte, tra moda e musica, la musica vera non morirà mai. Forse non è finita davvero. Forse si è solo nascosta, in attesa di chi la sa ancora ascoltare.

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